
Il Tempio Malatestiano, usualmente indicanto dai cittadini
come il Duomo, è la chiesa maggiore di Rimini. Sorta al posto della
chiesa di San Francesco la facciata fu progettata da Leon Battista
Alberti intorno al 1450 (comunque non oltre il 1454).
Tale opera presenta una notevole valenza storica oltre che
architettonica e culturale. Infatti, durante la sua edificazione
il committente, Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini
e condottiero di grande reputazione militare, entrò in contrasto
con papa Pio II Piccolomini fin dalla sua elezione al soglio papale,
a tal punto da ricevere la scomunica nel 1460. Sigismondo fu definitivamente
sconfitto dalle truppe papali alleate con Federico da Montefeltro
due anni dopo. Durante tale tormentato periodo i lavori proseguirono
ma con una modifica sostanziale. Volle infatti tale edificio unicamente
come sepolcro suo, per la sua stirpe e per i dignitari a lui vicino,
eliminando qualunque simbolo cristiano, cosa inaudita per quei tempi
e praticamente unica in Italia. Nella struttura originaria non è
incredibilente prevista una croce o un santo. Da qui la denominazione
'Tempio'. A guisa di tempio pagano le 6 cappelle laterali sono intitolate
alle muse, allo zodiaco, agli innocenti e decorate in tema. Due
ulteriori cappelle sono dedicate ai Seplolcri di Sigismondo e Isotta.
Notevole è quella dello zodiaco e in particolare il bassorilievo
del segno del Cancro, lo stesso di Sigismondo, che domina come un
sole la rappresentazione della città dell'epoca. Ovunque, quasi
ossessivamente, sono ripetute in bassorilievo la S e la I incrociate,
usualmente ritenuta una commemorazione dell'amore tra Sigismondo
e Isotta degli Atti, ma forse più prosaicamente come semplice abbreviazione
di Sigismondo. Altri simboli sovente ripetuti sono la rosa canina
e l'elefante, legati al suo casato, nonchè frondoni di frutta. Una
grande quantità di statuette di putti adornava l'interno, molti
dei quali oggigiorno asportati e dispersi in innumerevoli collezioni
private locali.
L'isola dei platani
Nel cuore della Riviera Romagnola, Bellaria Igea Marina, località
turistica dalla tradizione centenaria, ha sviluppato in questi ultimi
anni una spiccata tendenza alla cura dell'ambiente e dell'equilibrio
naturale fra relax e divertimento. Un esempio significativo l'Isola
dei Platani, nel centro urbano. E' un'area ad esclusivo uso pedonale,
il cuore commerciale di Bellaria, ricchissima di negozi, pubblici
esercizi e attività di servizio. Ovunque, aiuole fiorite e vegetazione
pregiata. L'arredo urbano più bello della riviera.
Ponte di Tiberio
Il ponte romano sul fiume Marecchia, l'antico Ariminus intorno
al quale era sorto il primo insediamento, crea ancora oggi il collegamento
tra la città e il suburbio (borgo San Giuliano). Da qui iniziano
le vie consolari, Emilia e Popilia, dirette al Nord. La via Emilia,
tracciata nel 187 a C. dal console Emilio Lepido, collegava Rimini
a Piacenza; attraverso la via Popilia, invece, si raggiungeva Ravenna
e si proseguiva fino ad Aquileia.
Il ponte, iniziato da Augusto nel 14 e completato da Tiberio
nel 21 d.C., come ricorda l'iscrizione che corre sui parapetti interni,
si impone per il disegno architettonico, la grandiosità delle strutture
e la tecnica costruttiva. Poco spazio è concesso invece all'apparato
figurativo, comunque intriso di significati simbolici.
In pietra d'Istria, si sviluppa in cinque arcate che poggiano
su massicci piloni muniti di speroni frangiflutti ed impostati obliquamente
rispetto all’asse del ponte, in modo da assecondare la corrente
del fiume riducendone la forza d’urto, secondo uno dei più evidenti
accorgimenti ingegneristici.
La deviazione del Marecchia prima e, più recentemente, i lavori
per la predisposizione di un bacino chiuso, hanno messo in luce
i resti di banchine in pietra a protezione dei fianchi delle testate
di sponda; recenti sondaggi hanno poi rivelato che la struttura
del ponte poggia su un funzionale sistema di pali di legno, perfettamente
isolati.
Il ponte è sopravvissuto alle tante vicende che hanno rischiato
di distruggerlo: dai terremoti alle piene del fiume, dall’usura
agli episodi bellici quali l’attacco inferto nel 551 da Narsete,
durante la guerra fra Goti e Bizantini di cui restano i segni nell’ultima
arcata verso il borgo San Giuliano, e, da ultimo, il tentativo di
minarlo da parte dei Tedeschi in ritirata.
Museo della Città (ex Convento dei Gesuiti)
L’edificio che oggi ospita il Museo, attiguo alla chiesa costruita
dai Gesuiti tra il 1719 e il 1740 in onore di San Francesco Saverio,
è sorto tra il 1746 e il 1755 su progetto dell’architetto Alfonso
Torregiani (1682-1764) come “Collegio” dei Gesuiti. La forma planimetrica
del complesso segue uno schema costruttivo tipico dell’architettura
gesuitica: un corpo a forma di U addossato al fianco della chiesa,
con un corridoio che gira sui tre lati interni, permettendo l’accesso
a tutti i vani.
Nel 1773, con la soppressione dei Gesuiti, il “Collegio” passò
al Seminario vescovile che nel 1796 lo vendette ai Domenicani: anche
questo Ordine venne revocato pochi mesi dopo.
Dal 1797 al 1977 fu utilizzato come Ospedale, prima militare
e poi civile, subendo molte trasformazioni funzionali.
I bombardamenti dell’ultima guerra hanno gravemente danneggiato
l’intera struttura. Il restauro, condotto dall'architetto Pier Luigi
Foschi, ha riproposto la suggestione degli antichi spazi, oggi adibiti
a sale espositive del Museo della Città.
Piazza Tre Martiri - resti archeologici
La piazza ricalca parte del foro di Ariminum, colonia romana
fondata nel 268 a.C.: posto alla confluenza delle due strade principali,
il cardo e il decumano, l’antico impianto, più ampio e dilatato
fino alla via San Michelino in foro, era lastricato con grandi pietre
rettangolari, ora in parte visibili attraverso aperture recintate.
Statue onorarie e pregevoli architetture creavano una suggestiva
scenografia alla vita della piazza. Un basamento in pietra doveva
sorreggere un arco che enfatizzava l’accesso orientale al foro,
sbarrando forse il traffico veicolare.
Un cippo cinquecentesco ricorda il discorso che Giulio Cesare
avrebbe rivolto alle legioni dopo il passaggio del Rubicone: in
sua memoria la piazza, che già ne portò il nome, ospita una statua
bronzea, copia di un originale romano.
Dall’età tardo antica, nel lato a mare, si insediarono le
chiese di San Michele, di Sant' Innocenza e San Giorgio, oggi distrutte.
Nel Medioevo la piazza, oramai in secondo piano rispetto a
quella del Comune, fu luogo di mercati: attraverso la via dei Magnani
(ora via Garibaldi), segnata da un arco fra la cortina delle abitazioni,
giungevano i prodotti dal contado. Sotto i portici si aprivano le
beccherie, botteghe per la vendita della carne.
La piazza fu inoltre teatro di giostre, tornei cavallereschi,
manifestazioni e cerimonie pubbliche legate anche alla famiglia
Malatesta. Qui si concludeva ogni anno il palio di San Giuliano
che, partito dal borgo, godeva di grande partecipazione popolare.
Capitelli gotici e rinascimentali ornano il portico sul lato
monte della piazza.
Agli inizi del Cinquecento, fu edificato il Tempietto dedicato
a Sant'Antonio da Padova in ricordo del miracolo che, nel XIII secolo,
rese una mula devota all’ostia consacrata. Ricostruito nel XVII
secolo, ha mutato l’aspetto originale per i vari restauri. Dietro
il tempietto i Minimi di San Francesco di Paola fondarono, agli
inizi del Seicento, un luogo di culto, riedificato nel 1729: qui,
dal 1963, sorge la chiesa dei Paolotti.
Palazzo Gambalunga - Biblioteca
La Biblioteca si trova nel superbo palazzo che il riminese
Alessandro Gambalunga fece costruire, fra il 1610 e il 1614, nella
centrale via dove sorgevano le case dell'antica nobiltà riminese.
Influenzato dai canoni architettonici di Sebastiano Serlio, l'edificio
può essere ammirato per l'eleganza dei suoi dettagli costruttivi
e ornamentali, ispirati all'architettura classica.
Il grande portale d'ingresso si affaccia su una bella corte,
al cui centro, dal 1928, è posto un settecentesco pozzo in pietra
d'Istria. Nell'atrio e nel cortile sono conservati alcuni dei marmi
che la comunità ha dedicato ai Riminesi illustri. Originariamente
al pian terreno c'erano le stalle, le officine, le rimesse e I magazzini.
All'ultimo piano si trovavano i granai, le abitazioni dei servi,
del fattore e una piccola officina per rilegare i libri, di cui
Gambalunga era un attento raccoglitore. Il piano nobile, oggi sede
della Biblioteca, ospitava gli appartamenti di Alessandro e della
moglie Raffaella Diotallevi. Lussuosamente arredato con arazzi,
broccati e dipinti, il palazzo fu luogo d'incontro di eruditi e
letterati, di cui Alessandro fu generoso mecenate.
Dopo la sua morte, la libreria venne collocata a pian terreno,
nelle tre sale di via Tempio malatestiano, ove rimase fino agli
anni '70, quando, con la ristrutturazione dell' edificio, la biblioteca
fu trasferita nelle sale superiori. Qui, insieme ai nuovi servizi
della biblioteca multimediale, si trovano in continuità spaziale
e temporale le quattro sale storiche (tre del secolo XVII e una
del secolo XVIII), con gli arredi e i fondi bibliografici originali.
Il pianterreno è oggi sede della Cineteca e della Biblioteca dei
ragazzi.
Porta Montanara
La costruzione della porta Montanara, detta anche di Sant'Andrea,
risale al I secolo a.C. e si inserisce in un organico programma
di riassetto del sistema difensivo cittadino, attribuito a Silla.
La porta rientrerebbe nell’ambito delle ricostruzioni che, nei primi
decenni del secolo, seguirono alle rappresaglie nei confronti della
città, già sostenitrice di Mario, suo avversario nella guerra civile.
L’arco a tutto sesto, in blocchi di arenaria, costituiva una
delle due aperture della porta che consentiva l’accesso alla città
per chi proveniva dai colli lungo la via aretina, percorrendo la
valle del Marecchia. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando
in passaggi paralleli, il percorso in uscita da Ariminum, attraverso
il cardo massimo, e quello in entrata.
Indagini archeologiche hanno appurato l’esistenza di un’ampia
corte di guardia con una controporta interna, a conferma della complessità
del sistema difensivo.
Già nei primi secoli d.C., l’arco volto a Nord venne tamponato:
la porta, così ridimensionata ad un solo fornice, continuò a segnare
l’ingresso alla città fino alla seconda guerra mondiale.
Al termine del conflitto, nella convulsa fase ricostruttiva,
il monumento fu distrutto nella parte rimasta in vista per tanti
secoli, mentre fu recuperata la parte occultata nelle murature delle
case adiacenti.
L’arco “riscoperto” venne rimontato dopo varie vicessitudini
lontano dal luogo originario, a fianco del Tempio Malatestiano,
prima di essere ricomposto nella zona originaria.
Resti del Teatro romano
Dell’imponente edificio per spettacoli eretto nel I sec. d.C.,
non rimangono che pochi ruderi oggi inglobati in più recenti costruzioni
che ricalcano l’originario andamento curvilineo delle gradinate
(cavea).
Prossimo al foro, fu probabilmente eretto per volontà di Augusto
nell’ambito degli interventi di sviluppo urbanistico promossi dall’imperatore.
Di forma semicircolare, aveva un diametro esterno di ca. 80
metri, mentre all’interno la lunghezza della scena misurava ca.
23 metri. La cavea, completamente autoportante, era sorretta da
murature radiali e concentriche, costruite in malta con laterizi
a vista. Corridoi di accesso coperti da volte a botte, consentivano
lo smistamento verso le scale che conducevano alle gradinate.
Dei raffinati e grandiosi apparati scenici, non restano che
un fusto di colonna alto più di 4 metri e alcune decorazioni architettoniche
marmoree.
Occultato per secoli, ma mai completamente cancellato dalla
memoria come attestano alcune fonti medievali, il teatro fu “riscoperto”
agli inizi degli anni ’60 grazie all’intuito dello studioso riminese
Mario Zuffa, allora direttore della Biblioteca e del Museo. A lui
si deve anche il rinvenimento, nei pressi della chiesa di S. Michele
in foro, di una epigrafe frammentaria il cui testo viene riferito
ad un intervento di decorazione architettonica del teatro, attuato
nella prima età imperiale.
Palazzo Lettimi
Uno dei più prestigiosi palazzi del Rinascimento riminese,
rappresenta ancora oggi una ferita aperta nella città dai bombardamenti
della seconda guerra mondiale.
Costruito agli inizi del Cinquecento da Carlo Maschi, uomo
di governo insignito di varie cariche pubbliche, il palazzo, di
quattro piani, passò in eredità alla famiglia Marcheselli. Fu Carlo
che commissionò la decorazione del salone del piano nobile, affidata
nel 1570 al faentino Marco Marchetti, noto per aver lavorato a Palazzo
Vecchio di Firenze. Tema delle pitture erano le gesta di Scipione
l’Africano ai tempi della seconda guerra punica: alcune delle tavole
a soffitto, salvate dai disastri della guerra, sono ora al Museo
della Città.
L’edificio, che aveva ospitato i regnanti inglesi e Cristina
di Svezia, entrò in possesso, nel 1770, della famiglia Lettimi.
Andrea, il nuovo proprietario, restaurò la costruzione e la innalzò
di un piano, collegandola all’attigua residenza. Dal 1902 diventò,
per lascito testamentario, di proprietà comunale, con il vincolo
che il Liceo musicale fosse intitolato a Giovanni Lettimi.
Del palazzo cinquecentesco si conserva il portale che, nelle
formelle a bugna, unisce i simboli araldici della rosa quadripetala
malatestiana ed il diamante dei Bentivoglio, in ricordo forse di
un’unione matrimoniale fra le due famiglie vicine a Carlo Maschi.
Cinquecenteschi anche il caratteristico muro a scarpa, raccordato
alla parete da un cordolo in pietra, e le finestre, corniciate in
pietra, sormontate dallo stemma della famiglia Maschi e da una coppia
di delfini
Anfiteatro
L'Anfiteatro romano sorgeva ai margini del centro abitato
di Ariminum, in prossimità della linea di costa, allora più arretrata
rispetto all'attuale. Di forma ellittica, complessivamente misurava
118x88 metri, mentre l'arena aveva un’ampiezza di metri 73x44, non
lontana da quella dei più grandi anfiteatri. Vi si svolgevano spettacoli
gladiatori che richiamavano un vastissimo pubblico, di almeno 12.000
spettatori. L’accesso avveniva attraverso i due ingressi principali,
posti all’estremità dell’asse maggiore, e le numerose altre entrate
che immettevano nel corridoio perimetrale, da cui si accedeva alle
scale che conducevano alle gradinate in pietra. Edificato nel II
secolo d.C., come testimonia la moneta dell’imperatore Adriano rinvenuta
in una muratura, si sviluppava su due ordini sovrapposti: la sobria
struttura in laterizio, che presentava all’esterno un porticato
di 60 arcate, doveva risultare di grande effetto specie per chi
giungeva dal mare.
Quando nel III secolo, per fronteggiare la calata dei barbari,
la Città si dotò di una nuova cinta difensiva, l'anello esterno
dell'Anfiteatro fu inglobato nel circuito murario. Persa la funzione
originaria, venne nel corso del Medioevo adibito ad orti; nel 1600
vi sorgeva un lazzaretto, collegato alla Chiesa e Monastero di Santa
Maria in Turre Muro. Vicende che ne hanno occultato la memoria fino
a quando, nell'Ottocento, Luigi Tonini riportò alla luce parte delle
strutture. Rimane tuttora interrato il settore sud-occidentale su
cui, dal dopoguerra, insiste il Centro Educativo Italo Svizzero.
Chiesa di San Giovanni Evangelista
L’imponente chiesa edificata dai monaci Agostiniani alla fine
del XIII secolo, era ad aula rettangolare con copertura a capriate;
sul fondo si apriva una grande abside affiancata da due cappelle,
una delle quali costituiva la base del campanile. La facciata è
oggi profondamente rimaneggiata dagli interventi settecenteschi
che hanno alterato anche la fisionomia degli interni; ma le fiancate,
scandite da sottili lesene, con la zona absidale e lo svettante
campanile costituiscono una testimonianza dell'architettura religiosa
gotica a Rimini.
L'apparato decorativo dei primi del '300, giuntoci in parte,
si compone di cicli di affreschi e di un grande Crocifisso ligneo:
nel campanile si ammirano le Storie della Vergine e, alle pareti
dell’abside, Cristo, Madonna in Maestà, Noli me tangere, le Storie
di San Giovanni Evangelista. Nella fabbrica di Sant'Agostino sembra
abbiano iniziato il loro prestigioso cammino pittori cui si deve
la fama della Scuola del Trecento riminese, quali i fratelli Giovanni,
Giuliano e Zangulus.
La pittura trecentesca fu celata da interventi successivi
finchè, nel 1916 un forte terremoto ne rivelò la presenza. Soltanto
nel 1926 si potè procedere allo strappo e al restauro del maestoso
Giudizio universale dipinto sull’arco trionfale, ora al Museo della
Città.
Con la ristrutturazione settecentesca, la chiesa si arricchì
di notevoli opere tra cui gli stucchi barocchi a soffitto di Ferdinando
Bibiena e gli affreschi di Vittorio Maria Bigari.
Del grande Convento sorto a fianco della Chiesa e che sappiamo
avere ospitato una importante Biblioteca ed un famoso Studio con
annesso Collegio, non restano che deboli tracce incorporate nella
struttura settecentesca, realizzata su progetto del cesenate Giuseppe
Achilli, a seguito del disastroso terremoto del 1786.
Soppresso nel 1798 al passaggio delle truppe francesi, il
convento si caratterizza per le ampie dimensioni, la sobrietà delle
architetture e l’equilibrio delle proporzioni, la presenza di grandi
aree cortilizie.
Santuario di Santa Maria delle Grazie
Il complesso francescano fu edificato alla fine del Trecento
(1391-1396) grazie al mecenatismo della famiglia delle Caminate
alleata dei Malatesta, laddove esisteva una celletta in ricordo
di un evento miracoloso. La prima chiesa fu però consacrata solo
nel 1430. A questa struttura a pianta rettangolare, oggi coincidente
con la navata di destra dell’attuale chiesa, fu aggiunto il bel
soffitto ligneo a carena di nave di tipo veneziano, una rarità per
la nostra regione.
Successivamente la chiesa fu ingrandita e arricchita di notevoli
opere d’arte. Fra il 1569 e il 1578 fu realizzata una chiesa nuova
inglobando a fianco quella precedente e vi fu trasferito il soffitto
ligneo.
La chiesa venne affrescata internamente nel Seicento, mentre
parte degli affreschi visibili all’esterno, sotto il porticato che
appartengono alla fase tre-quattrocentesca, furono scoperti nel
1919: raffigurano un’Annunciazione di scuola umbro-marchigiana.
All'interno la chiesa conserva presso l’altare maggiore una tela
raffigurante l’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria, attribuita
al terzo decennio del Quattrocento ad opera del pittore eugubino
Ottaviano Nelli. Altra opera importante è il Crocifisso su tavola
databile intorno agli anni trenta del Quattrocento di scuola emiliana,
conservato presso la seconda cappella di sinistra. Dalla chiesa
provengono alcune piccole sculture quattrocentesche in alabastro
raffiguranti il Calvario, oggi conservate nel museo di Francoforte
sul Meno in Germania.
La Seconda Guerra Mondiale ha danneggiato notevolmente il
complesso, in particolare la parte residenziale del convento.